LUIGI PIRANDELLO
LA VITA
Luigi ci scrive assai di raro ed io non trovo pace perché so che la sua vita è seminata di spine, ma vedo che non vi è rimedio, essendo così formata la sua natura. Quanto sarei stata più contenta se fosse stato meno intelligente e avesse potuto vivere la vita dei viventi!
(da una lettera della madre di Luigi Pirandello alla figlia Lina, Porto Empedocle, 21 gennaio 1889)
Qualche anno prima che una polmonite ne provocasse la morte il 10 dicembre 1936, Pirandello aveva scritto le sue ultime volontà: I.- Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlare sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni. II.- Morto, non mi si vesta. Mi s’ avvolga nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III.- Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV.- Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.
Corrado Alvaro, che era presente agli ultimi istanti e che aveva ricevuto da Stefano Pirandello il foglio in cui il padre aveva fissato minutamente i dettagli del proprio funerale, ha testimoniato l’amarezza e la sorpresa degli intimi nell’apprendere quelle volontà, il dispetto e la stizza del rappresentante del Governo, cui Pirandello, premio Nobel, uno degli Italiani più famosi nel mondo, sottraeva così l’occasione di una cerimonia pomposa e solenne: "Il giorno seguente, la nebbia infradiciava gli ultimi fiori secchi di quel giardinetto dietro a quel cancello di via Antonio Bosio. Un povero cavallo attaccato al carro dei poveri era fermo sulla strada bagnata, tutto puntato in avanti per non scivolare. Veniva fatto di scorgere ogni cosa come il caro maestro l’avrebbe veduta. La bara di abete tinto da poco con una mano di terra bruna, fu collocata sul carro, e i pochi amici rimasero fermi al cancello a vederla partire verso gli alberi brumosi in fondo al viale". Quel suo estremo allontanarsi da Roma, in silenzio, in povertà, in solitudine, compone un perfetto parallelo col Pirandello povero e solo che a Roma arrivò la prima volta ventenne e quelle sue ultime volontà, più che uno sberleffo al Fascismo – "se n’è andato sbattendo la porta!", avrebbe detto il rappresentante del Governo –, sono un atto di estrema coerenza con se stesso, un "viaggiatore occasionale", caduto sulla terra, nella landa desolata del Caos, "come una lucciola" in una calda notte di giugno. La fine si collega al principio e lo ripete. Le sue volontà furono rispettate: qualche rapida nota sui giornali, occupati dal clamoroso gesto del re di Inghilterra che abdicava per amore di una donna divorziata, nessuna cerimonia ufficiale, nessuna commemorazione solenne. Le ceneri vennero tumulate al cimitero del Verano di Roma. Di lì furono traslate ad Agrigento, l’antica Girgenti, e collocate in un urna posta al Museo Civico. Dieci anni più tardi, l’urna venne trasferita alla casetta del Caos, dove Pirandello era nato. Nel 1961 le ceneri furono sigillate in un masso posto ai piedi d’un pino solitario. E ai piedi di un "gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altopiano d’argille azzurre sul mare africano", Pirandello aveva raccontato di essere nato; da lì "la vita.. s’aprì piccola al mondo immenso e vano".
Egli visse la sua vita opponendosi alla tentazione, che pur D’Annunzio nello stesso periodo incarnava, di scrivere la propria esistenza, di farne un oggetto di costruzione artistico-letteraria. Dovremmo dunque ometterne il racconto. Anche nel rispetto di quella difficoltà, così tipica degli autori novecenteschi, in piena crisi nella collocazione dell’io, di procedere a un autoritratto in piedi, cioè vedersi per intero. E Pirandello può essere eletto a simbolo di questa impossibilità: le sue Informazioni sul mio involontario soggiorno, geniali nel titolo, rimasero incompiute. Tuttavia il sovrapporsi reciproco di biografia e opera, l’intreccio di nessi psicologici e culturali, fittamente annodato attorno al tema dell’identità, irresoluto travaglio che ritorna con insistenza impressionante, ci impongono di non passare sotto silenzio alcuni episodi.
Il sacrilegio. In una famiglia borghese di sentimenti laici, perché patriottici, il piccolo Luigi, che pure fra i suoi ascendenti ebbe una zia badessa e un prozio canonico morto in odore di santità, crebbe senza una educazione religiosa. Ad iniziarlo alle pratiche pie, provvide tuttavia una domestica, Maria Stella. Fra i sette e i nove anni visse un periodo di intenso fervore religioso che si spense repentinamente in seguito alla scoperta del comportamento insincero del prete, padre Sparma, che lo guidava e lo prediligeva. Era diventato uso, come racconta la novella La Madonnina, che ogni domenica nel mese di Maggio, si sorteggiasse tra i fedeli una Madonnina di cera. Il sagrestano aveva l’incarico della vendita durante la settimana, e su ogni polizza segnava il nome dell’acquirente. Tutte le polizzine poi, la domenica, erano raccolte arrotolate in un urna di cristallo; il padre beneficiale..vi affondava una mano, rimestava un po’ tra il silenzio ansioso di tutti i fedeli inginocchiati, ne estraeva una, la mostrava, la svolgeva e, attraverso le lenti insellate sulla punta del naso, leggeva il nome. La Madonnina era condotta in processione tra canti e suoni di tamburi alla casa del sorteggiato. Quel giorno Luigi non aveva comprato la polizza; proprio sulla porta era stato avvicinato da un ragazzetto tutto arruffato e scalzo, il quale, da tre settimane ammalato…vedendo..quell’ultimo soldino in mano, gli aveva chiesto se non era per lui. E Luigi glielo diede. Ma del tutto inaspettatamente, padre Sparma, leggendo il nome del fortunato, che certamente non poteva essere lui, ad alta voce scandì il suo nome e cognome. Allo scoppio di esultanza di tutti i divoti..diventato in prima di bragia,..subito dopo pallido, aggrottò le ciglia.., cominciò a tremar tutto convulso,..e, guizzando per divincolarsi dalla ressa delle donne che volevano baciarlo per congratularsi, scappò via dalla chiesa…Non è vero! Non è vero! Non la voglio! Mandatela via! Non è vero! Non la voglio! Anni dopo, all’università di Bonn, sul modulo che, all’atto dell’iscrizione, raccoglie i dati personali, alla voce "Religione" scriverà: "Ateo".
La marchiatura. Una mattina Luigino vide passare una strana processione: un vecchio zoppo, che si tirava appresso una capra dietro a un carretto, un povero, mutilo di un braccio, un cane. Due uomini portavano una barella sulla quale, coperta da un lenzuolo, stava una sagoma umana. Appresso veniva uno vestito in divisa. Davanti alla porta della torraccia la guardia si fermò, tirò fuori una chiave e aprì. Tutti scomparvero dentro, per poi uscirne portandosi via la barella vacante e il lenzuolo. Ma la guardia, accostati i battenti, non rinserrò a chiave il portone. Luigino, che non sapeva come fosse fatto un morto, sfuggendo al controllo di Maria Stella, entrò nella camera mortuaria. Prima ancora di vederlo distintamente, avvertì il male odore che il cadavere mandava. Poi a colpirlo furono le scarpe consunte, senza legacci, la testa calva, l’espressione della faccia, immobile, gli occhi chiusi, la bocca aperta e storta, la barba ispida e nera. Un braccio toccava terra con la mano, l’altro era ripiegato sul petto. Quello era un morto! Una cosa, un peso inerte, un orribile ingombro. Fu in quel momento che sentì un fruscio d’ali. E li vide. Un uomo e una donna stavano facendo un curioso ballo. Lei con le spalle s’ appoggiava al muro, la gonna e la sottogonna inamidata alzate, lui con il suo corpo sbatteva contro quello di lei. Era lì davanti a me; m’acciuffava con una mano i capelli; mi si metteva a sedere sulle ginocchia, sentivo il peso del suo corpo. Chi era? Nessun dubbio in lei ch’io lo sapessi, chi era. E io avevo orrore dei suoi occhi che mi guardavano intenti e sicuri; orrore di quelle sue fresche mani che mi toccavano certe ch’io fossi come quei suoi occhi mi vedevano; orrore di tutto quel suo corpo che mi pesava sulle ginocchia,.. E ancora: a poco a poco l’orrore del corpo di lui, in tutte quelle immagini indelebili che le si erano destate durante la confessione delle sue turpitudini, era diventato orrore del suo stesso corpo ( da Pena di vivere così). Dirà Leonardo Sciascia in Pirandello e la Sicilia: "Sempre in Pirandello l’amore avrà questo sentore di morte. Non l’idea della morte: ma la fisica putrescente presenza della morte. O sarà intorbidato dalla pazzia. O avvelenato dalla incomprensione e dai tradimenti…E non c’è mai una donna che, per quanto bella, l’autore non investa, più o meno evidentemente, di un’ombra di repulsione".
L’offesa. Avvenne che un giorno donna Caterina, la madre di Luigi ormai adolescente, leggesse una lettera privata indirizzata al marito. A scrivergli era una cugina, una sua ex fidanzata, che gli raccontava la sua amara esistenza- il matrimonio, la vedovanza, la povertà – e gli domandava aiuto. Don Stefano, su insistenza della moglie, andò a trovare la cugina ex fidanzata e le consegnò una discreta somma. Nelle intenzioni dei due la cosa avrebbe dovuto finire lì, se a rannodare le fila il Caso non ci avesse messo le mani. Ebbene, a tutti tranne che a lui avrei dovuto chiedere ajuto! Se l’ho chiesto a lui, signora, potete esser sicura che nulla più di vivo poteva esserci in me, da farmi provare poi un piacere in ciò che dell’incontro con lui…purtroppo è seguito. Come, io stessa non lo so. Forse perché ciò che fummo, rimane sepolto in noi. In un momento, dagli occhi che si incontrano, può essere rievocato. Illusione di un momento…Tutto finito, quasi prima di cominciare. Se non si fosse dato il caso…la sciagura più grande…quella bambina (Elena in la ragione degli altri). La relazione, da cui, appunto, nascerà una bambina, offende il quattordicenne Luigi. Di quello che farà per punire il padre del tradimento, una novella, Ritorno (1927), è fedele trascrizione, come del resto Pirandello confermerà al suo biografo, Nardelli. Scoprì che ogni domenica il padre e la sua amante si davano convegno nel parlatorietto riservato alla madre badessa del monastero di San Vincenzo, ch’era una loro zia. Fingevano d’andarle a far visita; e la vecchia badessa..forse scusava con la parentela tra i due la tenera intimità di quei convegni. Una mattina non visto li sorprese mentre s’imbeccavano, un boccone tu, un boccone io, le innocenti confezioni della badia, e dai bicchierini il pallido rosolio, con l’essenza di cannella, un sorso tu, un sorso io. E ridevano. E anche la vecchia zia badessa…dietro la doppia grata si buttava via dalle risa. È un attimo. Luigi si precipita come una furia dentro al parlatorio. Don Stefano fa in tempo a nascondersi dietro una tenda, lasciando scoperte le scarpe; la badessa chiude lo sportello della grata. Solo la donna paralizzata rimane seduta a guardarlo, con il bicchierino di rosolio in mano. Luigi si ferma davanti a lei. Le sputa in faccia con forza. Prima d’andarsene si volta, ancora lo sputo le pendeva dalla guancia: un sorriso incerto, di quasi allegra sorpresa,..le luceva sui denti tra le labbra rosse; e tanta pena, invece, tanta pena negli occhi. Da quel giorno, come scrive Nardelli, i due amanti non ebbero più che sporadici, fuggevoli rapporti e "tra padre e figlio discese un silenzio ostinato e lontano".
La follia. Atto primo. Forse a causa del trambusto e della tensione, che quel tradimento ha scatenato in famiglia, Lina, la sorella maggiore di Pirandello, comincia rapidamente a inabissarsi nella oscurità della follia, da cui riemergerà in seguito. Attorno a sé non vede più esseri umani, ma animali. Il padre si trasforma in lupo. Qualcosa di questa particolare follia ritornerà nel personaggio di Dianella Salvo, nei Vecchi e i giovani, e nella commedia L’uomo, la bestia e la virtù, nelle cui didascalie introduttive l’autore vorrà che gli attori indossino maschere animalesche. Questo è il primo straziante contatto di Luigi con la pazzia.
La follia. Atto secondo. Il 27 gennaio 1894 viene celebrato il matrimonio con Antonietta Portolano; è un matrimonio combinato, tenuto su da una passione autentica, un’attrazione fisica veramente forte, da cui nasceranno tre figli, Stefano, Lietta e Fausto, tutti nello stesso mese, giugno. Quel che io, senza mai darlo a vedere, ho sofferto in questi anni di matrimonio, in compagnia d’ una donna incapace d’intendermi e di sentire elevatamente, nessuna lingua umana potrebbe esprimere. Pure, contenendo e domando ogni impeto naturale, mi son sempre forzato a rialzarla fino a me. La lettera, indirizzata al padre nel febbraio del ’98, è la confessione del fallimento di un esperimento tenace, iniziato sin dai tempi del fidanzamento: "rialzare" Antonietta sino a sé per una via in cui la malcapitata non l’avrebbe mai potuto seguire, per questa via nobilissima per cui la sorte volle mettermi, la via dell’Arte. "Ma non era una via: era un labirinto– scrive Sciascia – E lo era ancor prima che Antonietta se ne ritraesse, che – in un certo senso - se ne salvasse. Già Balzac aveva detto:’Dio preservi le donne dallo sposare un uomo che scrive libri’. E da un uomo che scrive i libri che Pirandello ha scritto". Immancabilmente a questo punto, quando si legge la biografia di Pirandello, ci viene detto che Antonietta impazzì a causa della perdita della dote dovuta a speculazioni sbagliate del suocero. Certo, la cosa, ridotta all’essenziale, andò così. Don Stefano aveva infatti ottenuto la gestione di una grossa miniera di zolfo, a pochi chilometri da Girgenti, e vi aveva investito tutto quello che possedeva, anche la dote della nuora. Poi la miniera si allagò. Era la fine. Don Stefano scrisse tutto al figlio, ma la lettera venne consegnata ad Antonietta che la lesse. Tornato a casa dall’Istituto Superiore di Magistero femminile, dove dal 1897 aveva la cattedra di "Linguistica e stilistica, precettistica e studio dei classici greci e latini nelle migliori versioni", Pirandello trovò la moglie semiparalizzata sopra una poltrona, distrutta. Mancando quella rendita, attraverso la quale Antonietta affermava giornalmente la sua identità di moglie, la sua presenza, il suo esserci – era lei che garantiva il pane quotidiano a tutti e, in fin dei conti, permetteva al marito scrittore la possibilità di continuare a scrivere – scomparve anche il "suo valore" ( non era stato forse impiantato proprio su una base commerciale il matrimonio?). Lei, sino a quel momento fissata in una forma a rappresentare soltanto una dote, ora agli occhi del marito non era che un peso morto. La paralisi non è altro che la concretizzazione di questa metafora; la gelosia paranoica e la pazzia le varianti stilistiche di una stesso tema: l’orrido abisso di un’anima senza guscio. Noi siamo come i poveri ragni, che per vivere han bisogno d’intessersi in un cantuccio la loro tela sottile, noi siamo come le povere lumache che per vivere han bisogno di portare a dosso il loro guscio fragile, e come i poveri molluschi che vogliono tutti la loro conchiglia in fondo al mare. Siamo ragni, lumache e molluschi di una razza più nobile – passi pure – non vorremo una ragnatela, un guscio una conchiglia – passi pure – ma un piccolo mondo sì, e per vivere in esso e per vivere di esso. Un ideale, un sentimento, un’abitudine, un’occupazione – ecco il piccolo mondo, ecco il guscio di questo lumacone, o uomo – come lo chiamano. Senza di questo è impossibile la vita. Quando tu riesci a non aver più un ideale, perché osservando la vita sembra un’enorme pupazzata, senza nesso, senza spiegazione mai; quando tu non hai più un sentimento, perché sei riuscito a non stimare, a non curare più gli uomini e le cose, e ti manca perciò la abitudine, che non trovi, e l’occupazione, che sdegni – quando tu, in una parola vivrai senza la vita, penserai senza un pensiero, sentirai senza un cuore – allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido. Io sono così. La grandezza, la fama, la gloria, non stimolano più l’anima mia. Vale forse logorarsi il cervello e lo spirito, per essere rammentato e apprezzato dagli uomini? Sciocchezze! Soffrire i tormenti dell’arte, dare il sangue delle vene, il sogno delle notti, la pace della vita – per avre in ricompensa il plauso e la lode dei vermi? Sciocchezze! Io scrivo e studio per dimenticare me stesso- per distormi dalla disperazione. Brucerò tutto prima di morire. Con queste parole Pirandello, allora diciannovenne, esprime alla sorella Lina il gusto amaro dell’alienazione, il suo sentirsi "autore drammatico rifiutato" . Come rifiutata dovette sentirsi Antonietta," una buona moglie che del marito può capire il mal di stomaco, le preoccupazioni finanziare, il rancore per un torto subito, magari la cieca gelosia; ma non può capire il male che viene dai pensieri e dalla fantasia, la preoccupazione per un’idea o per un personaggio cui dar forma e la gioia d’esserci riuscito" (L. Sciascia ). Mentre in Pirandello però quella sconfitta, quegli errori, anziché spegnere, alimenteranno la sua spinta tenace verso l’avvenire, il cervello di Antonietta va in corto-circuito. Quel lampo illumina la strada che Luigi cercava. Steso bocconi sul letto, accanto alla moglie paralitica, scrive il Fu Mattia Pascal. La trasformazione di Mattia Pascal in Adriano Melis non è che il procedimento "umoristico", opportunamente romanzato, della morte di Luigi Pirandello alla vita e la sua rinascita alla scrittura come autore.
Pirandello acconsentirà all’internamento di Antonietta solo dopo il ritorno dei figli, Stefano e Fausto, dalla guerra, nel 1919. Ad accompagnarla in clinica saranno proprio Stefano e Fausto e Antonietta li seguirà contenta, perché da tempo supplica di essere separata dal marito. Che non vorrà mai più rivedere. Luigi resta solo: la mia sorte è veramente tragica, Lina mia, e per me non c’è scampo. Sono stato colpito nei più sacri affetti e la vita ha perduto ogni pregio agli occhi miei. Vivo unicamente non tanto per ajuto (che non posso ajutare) quanto per difesa dei miei figlioli. Ho l’arte, è vero. Ma quanta soddisfazione me n’è venuta? Ho potuto goderne? Tuttavia, sì, essa mi resta. E se il pensiero dei miei figliuoli disgraziati mi tormenta, trovo in essa qualche riposo e qualche conforto. Maria Antonietta Portolano morirà nella casa di cura, indifferente alla sorte del marito, il 20 dicembre 1959.
(Elisabetta Serafini)