GLI INNOCENTI ALL’ESTERO
Vi sono certi sguardi animati di ingenuità e di malizia- ne’quali il senno, il capriccio, la serietà e la scempiaggine sono sì fattamente stemprati insieme, che se tutte le lingue di Babele si sfrenassero a gara non saprebbero esprimerli mai. (1)
A dieci anni di distanza dalla I edizione del livre atroce che avrebbe rivoluzionato il gusto poetico, I Fiori del Male di Baudelaire, poeta francese che in Europa fece conoscere, nel 1846, col titolo di Racconti straordinari, i racconti dell’americano E. A. Poe, nello stesso torno di tempo in cui, in Italia, G. Carducci, durante la stagione iconoclasta degli Scapigliati, vagheggiava, nelle raccolte liriche Levia Gravia e Giambi ed Epòdi, il ritorno a un classicismo virilmente inteso, imbevuto di polemica politica e sociale, e G. Verga, nel solco della tradizione del feuilleton, intratteneva il pubblico borghese con romanzi saturi di sentimentalismo e luoghi comuni (Una peccatrice), mentre intanto in Europa una massa compatta veniva avanti e la folla, con i suoi flâneur e donnette avvizzite, si imponeva autorevolmente ai letterati dell’800, cominciava a organizzarsi come pubblico, assurgeva al ruolo di committente e voleva ritrovarsi nel romanzo contemporaneo, nel 1867, Mark Twain, pioniere del turismo di massa americano, prende il largo e, in senso inverso rispetto ai mitici progenitori, solca il mare della storia.
Quella crociera di piacere, a bordo del Quaker City, gli offre lo spunto per divulgare, nel sapido stile richiesto dall’originaria destinazione giornalistica in forma di cronaca epistolare, la reazione dei "nuovi pellegrini" alla vista del Vecchio Continente. Con il suo passato d’arte, decadente e ricoperto dalla polvere del tempo, il presente panorama di devastazione, sporcizia e indolenza, la civiltà europea gli appare estranea, ostile; l’Italia è un immenso museo di splendore e miseria..il paese più disgraziato e principesco che esista al mondo (2). Con le burle e la scanzonata ingenuità del vagabondo del West, Mark Twain irride l’opprimente presenza della "vecchia arte", dei "vecchi maestri" e deroga, con singolare inversione di rotta, dalla tradizione di chi, americano come lui, prima di lui, nella sua ingenuità, si è lasciato soggiogare dallo sconfinato orizzonte europeo di arte e storia.
Se Stesso e l’altro
"Qual è l’oggetto in cui guardando vediamo noi stessi pur continuando a vederlo?" domanda Socrate ad Alcibiade, che senza fatica risolve l’indovinello: "È chiaro che è lo specchio, Socrate, o qualcosa del genere" (3). La formula può servire a definire l’orientamento antropologico che sovrintende al viaggio: per vedersi è necessario passare attraverso un altro sguardo, lo sguardo di un altro e non possiamo vedere noi stessi senza vedere anche, e nello stesso tempo, la nostra posizione distante, l’intervallo che ci separa da noi stessi. Come l’occhio non vede se stesso, l’individuo per conoscersi guarda altrove. Ne consegue che il carattere di estraneità, o disorganicità, secondo la terminologia gramsciana, è strettamente funzionale all’esperienza conoscitiva di sé e dell’altro da sé. Proprio la scelta di una visuale "innocente", nella sua insopprimibile alterità rispetto a schemi interpretativi correnti e pregiudizi, pone Mark Twain nella condizione di pensare e definire se stesso, la novità dell’identità americana, nel momento in cui, reciproco e simultaneo, definisce gli altri. L’alterità è "misura" costante della soggettiva identità di questo "viaggiatore curioso", per dirla con le parole di Foscolo-Sterne, che, " per convalidare il sistema, misurerebbe l’altezza delle case, l’angustia delle vie, e in quanti pochi piedi quadrati tanta bourgeoisie mangia e dorme insieme stivata nel sesto e settimo piano" (4). Impegnato nel "faccia a faccia" fra due mondi, Mark Twain mostra anche di sapere che, connessa alla visione speculare, è la reversibilità della visione,vedere è essere visto, e che la differenza s’accompagna alla rassomiglianza. Sicché, quando nel gioco della specchio, in cui la vista è contemporaneamente visione e spettacolo, la risonanza emotiva lascia trapelare affinità assai prossime ad auspicabili o deprecabili rassomiglianze , -come nel caso dello "specchio d’acqua" del lago di Como e del lago Thaoe, o, al contrario, quando lo "specchio" italiano diviene insopportabile perché registra troppo fedelmente l’immmobilismo di una tradizione atavica e, parimenti, i rapidi mutamenti prodotti dal tempo e dalla storia - cancrene che corrodono ogni grande civiltà - egli o insiste, ancor di più, sul riverbero e moltiplica le distanze, in un gioco di antitesi e parallelismi fra coppie che, proprio nell’analogia, diventano antinomiche, si incrociano, si accavallano e si distanziano, oppure, come nel caso di Venezia (5), insiste, ancor di più, sul carattere illusorio del riflesso. Leggiamoli di seguito: (lago di Como) "I particolari di questo incredibile panorama erano stupendi….Un magico itinerario per noi viaggiatori che, ammirato da lontano, incantava; un immenso dipinto nel quale il sole, le nuvole e la più mutevole atmosfera avevano mescolato insieme centinaia di tinte...Ho cercato di considerare i due luoghi alla pari, ma invano,così sono stato costretto ad attenuare il confronto per trovare qualche estimatore" (6). L’effetto di allontanamento e di straniamento è affidato, in questo caso, ad una doppia distanza prospettica: quella spaziale e quella prodotta dal ricorso a un ulteriore medium di fruizione oltre la vista,l’arte figurativa. (Lecco) "Ci trovavamo nel regno dei preti, una terra dove una beata, gioiosa, appagata ignoranza, si mescola alla superstizione, alla degradazione, alla povertà, all’indolenza, a un eterna inutilità soddisfatta di se stessa…. Ci parvero attaccati saldamente alle tradizioni e persi nel sogno di età lontane, del tutto indifferenti al fatto se giri o sia immobile. La gente non aveva niente da fare se non mangiare, dormire, dormire e mangiare,… Nei loro animi, durante tutta la loro stupida vita, albergava una pace che supera qualsiasi immaginazione! Come possono uomini degni di questo nome, scegliere di vivere in mezzo a tanto degrado e sentirsi felici?" (7); (Pisa) "Un antiquario pisano mi offrì un antico vaso lacrimale….Era stato trovato fra le rovine di un’antichissima città etrusca…Proveniva da una tomba…per raccogliere le lacrime versate su qualche perduto idolo familiare nella remota età in cui le piramidi d’Egitto erano giovani, Damasco era un villaggio, Abramo un bimbetto balbettante e l’antica Troia non esisteva nemmeno nei sogni…. La sua muta e millenaria eloquenza raccontava di una sedia vuota, di un passo familiare che più non risuonava sulla soglia, di una piacevole voce sottratta al coro, di una forma svanita: una storia per noi sempre così nuova, così meravigliosa, così terribile, così inebriante, eppure quanto antica e dolorosa!" (8). Il rinvio dell’immagine riflessa è, in questo caso, corretto da un singolare dispositivo che, mutando i piani temporali, muta la prospettiva: nel primo caso, l’autore registra, con una ricettività naturale, immediata, innocente, il presente, l’eterno presente dei nostri mitici progenitori, immersi, come nella mitica età dell’oro di virgiliana memoria, in un pesante veternus (9), un ozio accidioso che ancora nessun Giove ha riscattato col pungolo del lavoro; nel secondo, arretra in un’età lontana, perduta, verso una profondità storica quasi mitica, che irradia di caducità e dissolvenza anche il presente. Attenuando lo splendore e l’abbagliamento del Sole della civiltà millenaria del vecchio Continente, Mark Twain fa dell’Europa e dell’Italia sia uno specchio che ne rende possibile una visione altrimenti inaccessibile, sia un retrovisore che gli permette, come a Perseo, di vedere dietro di sé, di affrontare, neutralizzata, la vista di ciò che l’occhio umano non sarebbe in grado di sostenere: il bagliore pietrificante di quel sole tenebroso che è la Gorgone del passato.
Il viaggio di Foscolo -Sterne
Cento anni prima, circa, nel 1769, a un anno dalla pubblicazione dell’originale, ha inizio un altro viaggio: l’avventura traduttiva, in francese e in italiano, delle opere di Laurence Sterne (10), scrittore irlandese che si era fatto conoscere di persona negli ambienti colti italiani, toccando in un lungo viaggio tutte le capitali della penisola. Il crescente successo dell’opera sterniana, sfociata a Venezia – centro attivo, com’è noto, di import-export librario – nelle prime due versioni italiane, entrambe del 1792, entrambe ritradotte da versioni francesi (11), cade esattamente negli anni di alacri e intensi studi di Foscolo adolescente. Per trovare la prima traccia tangibile e inconfondibile di Sterne dobbiamo arrivare all’Ortis bolognese del 1798, all’episodio di Lauretta (LettereXXX e XXXV), che Foscolo stesso confesserà nella Notizia bibliografica zurighese essere quasi a "imitazione della Maria di Sterne" . " In un libretto inglese ho trovato un racconto di sciagura; e mi pareva a ogni frase di leggere le disgrazie della povera Lauretta : …traducendo per l’appunto quella parte del libro inglese, e togliendovi, mutando, aggiungendo assai poco di mio, ho raccontato il vero, mentre forse il mio testo è un romanzo" (12). Così si esprime Iacopo Ortis nell’edizione zurighese del 1816. E non esagera: non solo Foscolo ha rettificato l’equivoco della sua giovanile lettura del Viaggio sentimentale, scambiato per uno di quei romanzi larmoyant settecenteschi, di cui Sterne aveva voluto fare una sottilissima e dissacrante parodia, ma, abilmente invertendo la relazione tra la verità della dimensione letteraria e il romanzesco della dimensione autobiografica, riproduce il fugato di violenti mutamenti prospettici presenti in altre opere (Dei Sepolcri, Le Grazie) e riassume in scorcio l’esito di un lungo travaglio ideologico. La crisi del dopo Campoformio matura, infatti, in senso non univoco: gli entusiasmi libertari dell’adolescenza veneziana e l’oltranzismo giacobino del 1798-99 da un lato sembrano ripiegare nella pessimistica ideologia ortisiana, dall’altro, però, si riassorbono in un impegno magari più umile–non più da apostolo e ideologo- ma anche più concreto e maturo. E se Jacopo Ortis esprime con il suicidio il rifiuto del sistema scaturito dal tradimento della rivoluzione, Foscolo, contemporaneamente, inaugura, sotto una nuova maschera di disillusa rassegnazione, la stagione della sua opposizione interna al regime napoleonico: un opposizione ridotta al piano culturale, l’ unica scelta storicamente praticabile. Rimedio pratico e antidoto alle delusioni (storica, ideologica,amorosa) diviene, sull’esempio di uno Sterne meglio conosciuto, "il viaggio". Tracce consistenti di sternismo foscoliano troviamo nel Sesto Tomo dell’io, opera concepita come un vero e proprio "viaggio sentimentale", che avrebbe dovuto narrare i casi del "ventunesimo anno terzo, dal 4 maggio 1799 sino a’ 4 maggio del 1800" (13), e nella destinazione narrativa del carteggio Arese, un "viaggio stilistico", tutto giocato sulle sfumature sentimentali, sullo sforzo di fissare nella pagina la mutabilità di umori apparentemente opposti.
Al 25 ottobre 1805 risale "la trascrizione intelligibile" della I traduzione integrale del Viaggio sentimentale, una traduzione condotta nella forma di prima provvisoria stesura che il troppo fresco apprendimento della lingua inglese poteva offrire a Foscolo. Tornerà a lavorarvi nel 1812, nel momento in cui, sulla serena e beata attitudine contemplativa dei primi mesi fiorentini, si addensano le ombre della dolorosa realtà: l’eco della campagna di Russia, le notizie di sventura e di morte. Negli anni della curva discensionale della "passionata" gioventù, che con il suo incendio aveva arso il cuore e la mente di Jacopo Ortis, e in luogo di esporre " le follie, le speranze, le opinioni, gli errori e i ricordi di Monsieur Foscolo", Foscolo traduce Sterne. Seguendo le sue orme, sospinto da un indomabile "genio ambulatorio", "errante in cerca di dolorose avventure" come un "Don Chisciotte" – già simbolo di una condizione umana sospesa tra comicità e tragedia - , Foscolo scopre accanto alle lacrime, fonte di verità e conoscenza, il sorriso, riflesso dell’evangelica "tolleranza" sterniana. All’aggressivo, enfatico delirare di Iacopo Ortis sottentra la "mesta e santa tranquillità" di un nuovo personaggio. Così, senza nessuna incrinatura alla profonda unità del mondo di Foscolo, si compie in quegli anni la conquista di una nuova altura prospettica da cui guardare il procedere del secolo. E per meglio collocarsi in una posizione polemicamente isolata rispetto ai suoi contemporanei, Foscolo dà vita ad una macchina scenica strabiliante che tramuta l’introspezione in estrospezione spettacolare. Anzitutto, per preparare degna accoglienza al Viaggio dello Sterne, rimette in moto la bizzarra serie dei travestimenti a specchio, da Nathaniel Cookman, a cui vuole inizialmente attribuire il suo commentario a Sterne (14), a Didimo Chierico, letterato e prete, che assomma in sé le figure di Giuseppe Parini e Laurence Sterne, nonché dell’autore stesso; poi, ripete con Didimo, elevato esponenzialmente, l’espediente del manoscritto ritrovato (15), rinnovando la condotta narrativa, già esperita nell’Ortis, di presentare il materiale come già parzialmente elaborato; infine, indossa i panni di un traduttore che, "meno fedele nelle parole, ma fedelissimo nel senso", non si rassegna, come i letterati puristi, a mostrarsi solo quale interprete fedele della parola altrui, ma vuole trasformare la fatica traduttiva in un lavoro sperimentale, teso a foggiare una nuova misura di linguaggio, che risponda alle esigenze didimee di controllo espressivo, di valorizzazione di sentimenti e pensieri, intensificati e approfonditi nella misura in cui sono distanziati. Anzi proprio la traduzione, intesa come lavorìo paziente di decodifica e ricodifica, che impegna complessivamente tutti i sensi, e la sorridente ironia sterniana sono i sovrani dispositivi di straniamento da cui dipende la limpida penetrazione del vero. Testimoni ne sono i seguenti stralci: "Non so di verun secreto che più agevoli il commercio sociale, quanto l’impratichirsi di queste abbreviature per tradurre in un batter d’occhio i vari cenni delle fattezze e delle membra, e tutte le loro pieghe e lineamenti - tradurli in piane parole. Ed io mi ci sono tanto assuefatto, che girando per Londra, vo quasi meccanicamente traducendo sempre lungo la via: e mi sono più di una volta soffermato dietro il cerchio di quelle persone tra le quali non si dicono tre parole, e donde riportai meco venti diversi dialoghi che avrei potuto scrivere a penna corrente, e giurarvi" (16). "Il senno e il candore che spiravano da ogni detto del vecchio ufficiale, facevano sì ch’io nell’udirlo mi compiacessi della favorevole idea ch’ebbi a bella prima del suo carattere – se non che forse mentr’io mi credeva d’amar la persona, io pigliava in iscambio l’oggetto – e amava il modo mio di pensare: l’unica differenza si era ch’ei lo esprimeva al doppio meglio di me" (17).
Il silenzio degli innocenti
Incontrare l’altro e riconoscerlo significherebbe, dunque, incontrarsi soprattutto con la propria interiorità. "E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione quella gente" (18). L’altro come soluzione è per Kabaphes considerazione che solleva un interrogativo pungente: mediante quali parametri sarebbe possibile definire un identità senza dover erigere barriere e limiti, illusoriamente invalicabili? Foscolo compie, appunto, uno scarto rispetto alla concezione dell’altro quale soluzione: l’incontro e il riconoscimento dell’altrui identità si rivelano anch’essi un fertile espediente per rivisitare problematicamente – non all’insegna dell’abiura ma dell’edificazione del nuovo – frammenti di sé e del proprio passato. Sicché, quando negli anni dell’esilio londinese, sembra vivere in una pacificata atonia, squarciata solo da qualche irrompere improvviso dell’antico appassionato vitalismo (19), in un riserbo, specie nei confronti della situazione politica italiana, ora interpretato come segno di aristocratico distacco e disprezzo, ora come abdicazione dell’amor patrio, dobbiamo saper tradurre quel silenzio. Non fu una fuga individualistica e metafisica, ma la lucida constatazione, di chi proprio nel 1818 si proclamava "a pupil of Revolution", che, in mancanza di una alternativa democratica storicamente matura, il liberalismo del "Conciliatore", al di là della buona fede dei suoi promotori, si muoveva organicamente agli interessi dell’aristocrazia e alta borghesia, quel ricco e patrizio vulgo che il Foscolo vedeva come portatore di immobilismo: "Vo’ dire i nostri cari e nobili concittadini, i quali senza pur mai né far cenno di sfoderar la spada, vanno ad alte grida chiedendo a questo or a quel principe libertà; e per questo vocabolo non intendono se non la libertà di angariare il prossimo, di vivere delle loro entrate senza pagare imposta, e d’essere onorati e adorati pel solo merito che hanno di non sapere, né volere, né potere fare mai nulla" (20).
Elisabetta Serafini
______________________
Note:
(1) U. Foscolo, Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia, in Ugo Foscolo Opere, a cura di M. Puppo, Mursia editore, Milano, p.463
(2) M. Twain, Gli innocenti all’estero, traduzione di S. Neri, Bur Classici, Milano, 2001, p.128
(3) Platone, Alcibiade, 132d-e. Attorno al tema dello specchio e al riverbero identitario maschile-femminile ruota l’argomentazione del testo di F. Frontisi-Ducroux e J.P.Vernant, Ulisse e lo specchio, Donzelli editore, Roma, 1998
(4) U. Foscolo, Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia, op.cit., p.467
(5) "Cominciavo a capire che la Venezia di un tempo, quella delle canzoni e delle leggende, era scomparsa per sempre…Nel frattempo scivolammo dolcemente dentro il Canal Grande e sotto i morbidi raggi della luna la Venezia della poesia e dei tanti racconti riapparve e ne fummo ammaliati". M. Twain, Gli Innocenti all’estero, op. cit. p.94
(6) M. Twain, Gli Innocenti all’estero, op. cit., p.78-81
(7) M. Twain, Gli Innocenti all’estero, op. cit. p.83-84
(8) M. Twain, Gli Innocenti all’estero, op. cit. p.122
(9) "Pater ipse colendi /haud facilem esse viam voluit, primusque per artem/movit agros, curis acuens martalia corda/ nec torpere gravi passus sua regno paterno". "Lo stesso Padre volle non facile l’agricoltura e per primo mosse i campi con arte, aguzzando con affanni i cuori dei mortali, non sopportando che il suo regno s’intorpidisse in un greve letargo". Virgilio, Georgiche, I, vv.121-24, traduzione di L. Canali, Bur poesia, Milano, 1983
(10) Le traduzioni del Viaggio e del Tristam, iniziate da Frénais e portate a termine da altri, poi riunite in sei volumetti di Oeuvres de Sterne, ebbero nello scorcio dell’ultimo ventennio del Settecento un altissimo numero di ristampe.
(11) Si tratta di una traduzione anonima del Viaggio , e di una traduzione delle Lettere a Elisa, anch’essa anonima, ma il cui autore è stato identificato dal Rabizzani in Angelo Gaetano Vinello. Foscolo, in una lettera del 1806, giudicò "laida"la ritraduzione italiana del Viaggio.
(12) E. N. IV,pp.349-50
(13) E. N. V, p.4
(14) "fingo io di aver avuto il Viaggio Sentimentale di Sterne da un Nathaniel Cookman, che al libro stampato avesse framesse alcune pagine manoscritte, tutte d’osservazioni che il Cookman avea scritte in inglese nel suo viaggio in Francia negli ultimi due anni di pace." Lettera a Niccolò Bettoni del maggio 1806, E. N. XV, Epistolario II, n.361, p. 106
(15) In una primitiva redazione della Notizia intorno a Didimo Foscolo finge di aver ricevuto dal Chierico non una ma tre traduzioni del Viaggio.
(16) U. Foscolo, Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia, cap.XXV La traduzione, op. cit. p. 465
(17) U. Foscolo, Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia, cap. XXXVII, La rosa, op. cit. p. 470
(18) C. Kabaphes, Poesie, a c. di F. M. Pontani, Milano, 1961
(19) "ora sono più pacifico, e i giorni passano uguali per me…ma la mia è violenta e disperata pace e scrivendo a te non posso dissimularla". Lettera a Quirina Mocenni Magiotti del 3 marzo 1818
(20) Lettera a Francesco Aglietti del 2 ottobre 1816