LE TERRE DEL SACRAMENTO
Il romanzo Le terre del Sacramento di Francesco Jovine venne pubblicato postumo nel 1950 da Einaudi, nell’anno stesso della morte dello scrittore, che fu anche quello della scomparsa tragica di Cesare Pavese.
L’opera suggella un percorso narrativo, tra racconto e romanzo, che era iniziato negli anni ’30 con il primo romanzo Un uomo provvisorio (1934) ed era continuato nel 1937 con la pubblicazione di Ragazza sola (in trentacinque puntate sulla rivista "I diritti della scuola"), e poi nel decennio successivo con Ladro di galline (1940), che raccoglie racconti scritti tra il 1931 – 1940, con Signora Ava nel 1942, ideato e scritto a più riprese tra il 1929 e il 1941, con Il pastore sepolto e L’impero in provincia nel 1945, ed infine con Tutti i miei peccati nel 1948.
La critica ha individuato all’interno della complessiva operazione narrativa di Jovine due motivi prevalenti, in cui personaggi "che si guardano vivere", insoddisfatti, tormentati e dispersi in vuote disquisizioni personali, vivono una vita inconcludente ed abulica, e quello che vede concentrarsi le azioni e la vita dei protagonisti nella campagna molisana, in un ambito storico-sociale-economico caratterizzato dagli endemici mali di arretratezza, miseria, ignoranza, che sono poi comuni a tutto il meridione d’Italia. Il primo motivo è senz’altro prevalente nel primo romanzo, col personaggio paradigmatico di una crisi generazionale, Giulio Sabò, nato su influsso del Rubè Borghese, e nei racconti Giustino D’Arienzo (da Il pastore sepolto) e Uno che si salva (da Tutti i mei peccati), il secondo prende via via più forza e si colloca in assoluto rilievo nelle due opere più mature di Jovine, La signora Ava e Le terre del Sacramento. In questo approdo ad una terra che è la propria, che Jovine conosce a fondo perché vi è vissuto e che ama con l’intensità che è propria di chi nella provincia ha le radici, della quale ha acquisito una profonda consapevolezza storica e sociale, lo scrittore raggiunge il nucleo ispirativi centrale verso il quale tendeva sin dagli inizi e dentro il quale può riversare tutto il suo impegno, la sua creatività, le sue ragioni intellettuale e morali. Solo nel Molise, non più semplice punto di ritorno da un processo inizialmente vagante e in autentico, che è quello che compiono i suoi primi personaggi nelle vicende prima cittadine e che poi finalmente si rigenerano nel paese, Jovine trova il centro di convergenza della contraddittorietà dei destini individuali e delle vicende storiche e sociali generali. Di conseguenza anche l’arte narrativa progressivamente procede verso la maturazione delle esigenze realistiche, che erano sempre state presenti in Jovine e che cercavano di liberarsi da ogni intrusione letteraria e da suggestioni allotrie rispetto al suo naturale bisogno di realtà e di verità, ad una necessità intellettuale e morale allo stesso tempo, che lo allontanava dalle mode e dalle tentazioni estetizzanti, intimistiche e che lo avvicinava alla più autentica tradizione realistica italiana, cioè alla linea Manzoni-Nievo-Verga, soprattutto, con tutta la carica di rispetto nei confronti dell’uomo e della storia. La sua attività di scrittore, d’altra parte, si svolge in uno dei periodi più cupi e tragici della nostra storia, dentro un tempo di libertà negate e di violenza, la dittatura fascista, durante il quale anche altri narratori, come Moravia, Alvaro, Brancati, Pratolini, Levi recuperavano, con modalità ed esiti diversi, una forte esigenza di impegno e di chiarimento, di testimonianza e di opposizione al corso delle cose, che si esplicava nella produzione di romanzi di impianto realistico negli anni ’30.
Nell’opera complessiva di Jovine Signora Ava rappresenta un primo grande punto d’arrivo anche perché il romanzo è interamente e per la prima volta dedicato al Molise, dove le vicende sono ambientate in un tempo anteriore, quello del regno borbonico al tramonto. Nel romanzo sono presenti due piani di racconto: quello strutturale su cui ruota la rappresentazione, è una ricostruzione realistica, documentata con precisi apporti di storia locale, di avvenimenti anche minuti che si svolgono nel palazzo dei signorotti di Gualdafiera nel 1860, nel tempo in cui tutto un mondo comincia a scuotersi da un sogno secolare. L’altro piano è quello elegiaco della memoria, autobiografico, che trasfigura il realismo delle ricostruzione precisa, aprendo i margini stretti del documento e concedendo vitalità e attualità a personaggi e avvenimenti. Il romanzo diventa, come giustamente afferma O. Lombardi, l’epopea del Molise e di tutto il sud borbonico e si distende in una atmosfera favolosa che è quella propria dell’epopea. Ma la favola diviene già realtà, perdendo rigidezza e articolandosi in ambienti e figure (i De Risio, il prete Don Matteo, Pietro Veleno) tutti caratterizzati con forza e con calore. Nell’opera autobiografia e testimonianza, le costanti dell’ispirazione di Jovine, epopea e realismo, destino individuale e coralità, trovano una matura sintesi non solo strutturale e contenutistica, ma anche stilistica e linguistica. Ora però dobbiamo cogliere meglio il messaggio complessivo dell’opera per capire come essa si ponga in relazione con Le terre del Sacramento, che ne risulta come necessario sviluppo, con la piena realizzazione dell’incontro tra poesia e ideologia. Ci chiediamo quanto sia fermo e rigido "l’ideale dell’ostrica" di matrice verghiana in questa opera e in altre dell’autore in cui sembra che la condizione della realtà del Molise sia del tutto immobilizzata e rassegnata alle oppressioni economiche, politiche e esistenziali. Se per i protagonisti come Pietro Veleno, Don Matteo e tutti gli altri "briganti", dopo aver vissuto eccitanti giornate in attesa di Garibaldi ed aver sperato un destino diverso, desiderando con una buona dose di astrattezza di scrollarsi di dosso i padroni (sia i De Risio, nel paese, nobili in irreversibile decadenza, sia i funzionari borbonici, nel lontano governo) arriva il momento della resa e della sconfitta e l’immobilità atavica sembra ripiombare su di loro, cancellando ogni traccia di giustizia, in realtà un movimento vi è stato e nei rapporti feudali si è aperta una crepa, perché Pietro Veleno ha ottenuto l’amore e la dedizione di Antonietta De Risio che lo segue nella fuga e nel destino, lei che è la figlia del feudatario, e perché più ostinate e reagenti sono risultate le opposizioni dei contadini. Si può pensare, di conseguenza, che questi siano ancora piccoli segni di un distacco dal passato che richiederà ancora tempi lunghi e vittime per approdare ad una coscienza sociale autentica e a realistici programmi politici, ma il pessimismo di Jovine in quest’opera si riferisce solo a quella contingenza storica, non è quindi totale e privo di fiducia nel futuro, nel progresso lento dell’uomo e della società, pur nella consapevolezza del prezzo da pagare e degli sforzi da produrre. E’ qui che Jovine comincia a marcare la propria linea di differenziazione dal fatalismo verghiano, dall’accettazione della condizione umana e storica come un dato necessario e inamovibile, caratterizzando invece il proprio come un "pessimismo della speranza", perché è sempre più consapevole che le cose possono cambiare, che la storia fatta vichianamente dall’uomo può modificarsi, e in questo crede perché ha fiducia nelle forze dell’uomo, nella fede salda, coerente e resistente al cambiamento che assicurerà a tutti condizioni di vita migliori, basate sul lavoro, l’onestà, la modesta felicità di vivere con decoro. A questo punto troviamo l’ultima grande opera di Jovine, Le terre del Sacramento.
Nel 1946, su "La fiera letteraria" del 10 ottobre, Jovine dichiarava: "Da dieci anni mi porto in mente un romanzo di vastissime proporzioni, senza un titolo, ma con una decina di personaggi che mi fanno già ottima compagnia". L’ideazione dell’opera risale dunque al 1936, che è l’anno dell’uscita in America del nostro Via col Vento , ma anche della guerra civile in Spagna, che stimola gli "astratti furori" di Vittorini per Conversazioni in Sicilia, a pochissimi anni dall’inizio della seconda guerra mondiale. Il romanzo è ampio e le vicende narrate risultano complesse, ma sono sempre condotte con una linearità di sviluppo che assicura compattezza e solidità all’insieme. Tutto ruota intorno alla terra, che assume il ruolo di assoluta protagonista, perché è l’unica ricchezza a cui come bene si rivolgono i rappresentanti dei ceti dominanti o emergenti, i Cannavale, o Felice Protto ad esempio, o il barone Santasilia, e i contadini, come Luca, Gesualdo, Marco Cece e mille altri; intorno alla terra convergono le superstizioni, i dolori, le miserie, le speculazioni, cioè a dire tutta la materia del romanzo. Si tratta di un feudo alienato alla Chiesa nel 1867 e passato in proprietà ai nobili della famiglia Cannavale, di fatto abbandonato all’incuria (vi pascolano abusivamente greggi e vi fanno legna di nascosto gli abitanti di Morutri) pur essendo una formidabile e potenziale fonte di ricchezza e di lavoro, considerando che si estende per tremila ettari. Sulle terre del Sacramento, questa è la denominazione del feudo che deriva da una piccola chiesa che vi si trova e che è stata distrutta dai fulmini, gravano l’incuria più totale dei proprietari, i Cannavale, e i pregiudizi dei contadini che lo considerano con superstizione maledette da Dio. A bonificare il feudo s’impegnano Laura De Martiis, attiva e scaltra moglie di Enrico Cannavale, che è invece un nobile di provincia abulico, debole ed incapace negli affari, e soprattutto Luca Marano, un giovane contadino di Morutri, avviato agli studi giuridici dopo una crisi religiosa che lo ha allontanato dal seminario, che sogna la redenzione della terra e del suo popolo. Opponendo la sua tenacia all’inerzia di un mondo ottuso e caratterizzato atavicamente da soprusi e da ingiustizie, Luca spinge i contadini a lavorare la terra, dopo aver vinto le resistenze frapposte da pregiudizi e da superstizioni, promettendo loro la terra riscattata. Quando Laura, per bisogno e per leggerezza, oltre che per una oggettiva serie di difficoltà familiari e ambientali, tradisce le speranze del giovane e dei contadini, rinunciando a cercare i fondi per pagare la bonifica del terreno e le opere di struttura necessarie al suo sviluppo, Luca decide di difendere il diritto dei contadini al lavoro e al pane ed organizza una corale protesta di occupazione pacifica delle terre. Ma a Calena (l’immaginaria cittadina molisana dove le vicende sono ambientate) e a Morutri, piccolo villaggio a ridosso delle terre del Sacramento, in cui vive, si fa per dire, Luca e la sua numerosa famiglia, e sulle terre occupate arrivano le forze dell’ordine e i fascisti per perpetrare l’interminabile storia di violenza e sopraffazione. Luca muore, insieme con Gesualdo e Marco Cece, vittima della sua generosità e del tradimento degli altri, ma muore portando all’emersione la consapevolezza cosciente e maturata che un mondo migliore è necessario, possibile, doveroso.
All’interno di questa trama ritornano e si chiariscono tutti i motivi morali, ideologici, poetici della narrativa joviniana precedentemente esperiti e approfonditi: i gravissimi problemi sociali ed esistenziali del contadino meridionale, l’immobilità del mondo provinciale molisano e per estensione dell’intero Sud, la situazione difficile e complessa dello studente di provincia, il conflitto superstizione-religione. A Jovine nella storia narrata in modo così ben articolato e realistico è permesso di configurare le forze in un campo secondo un’ideologia politica non ingenua né astratta ma storicamente accertate le loro componenti costitutive: la classe contadina, sempre misera e ignorante perché questa è la condizione prima che impedisce di fatto l’acquisizione della coscienza dei propri diritti ed è quindi perpetuata con chiarezza dai padroni; la classe dei possidenti, che si articola di più in quanto vi appartengono sia la nobiltà conservatrice, abulica, sclerotica e parassita, sia i galantuomini, i più attaccati alla roba e i più ricchi, che sono tutti ex-fattori che, approfittando della miopia economica dei signori, sono arrivati a possedere le terre e le altre proprietà dei vecchi padroni; infine i fascisti che da qualche anno con le loro squadre violente si sentono autorizzati a "restaurare l’ordine", ma di fatto a imporre ogni sorta di prevaricazione. La contrapposizione che emana da vicende e da personaggi si radica in una realtà e in una storia che ha il suggello del dato obiettivo e che permette allo scrittore di gestire bene il rapporto tra l’elemento narrativo-poetico e quello ideologico, senza che stridano pietismi lacrimosi o imposizioni didascalico-ideologiche a priori. Tutto assume la concretezza di documento, all’interno del quale è modellata e moderate anche la fantasia. I personaggi non soffrono eccessivamente della loro valenza emblematica, ma prendono forza e vigore dalla condizione stessa della vita che vivono e dai problemi reali che affrontano. Niente nel romanzo è dato per scontato o è dimostrato deduttivamente sulla traccia di un pensiero dominante, le cose accadono con la consueta lentezza, i protagonisti pian piano si fanno personaggi a tutto tondo, nel bene e nel male, e le figure si delineano in funzione eroica o abietta in modo graduale all’interno delle azioni specifiche e dei rapporti, affettivi o sociali, che stringono con gli altri.
Questo avviene per tutti in un tessuto narrativo chiaroscurato, che elimina le facili antinomie populistiche e permette di approdare ad una visione realistica delle situazioni che, pur avendo l’epicità dei fatti che determinano svolte decisive nel corso della storia, non producono più in Jovine gli effetti retorici di quel mondo epico ancora presente in Signora Ava. L’epos qui si smorza nella realtà e si amalgama ad essa rendendo profondamente umani e vicini al lettore fatti, situazioni, personaggi. Ed infatti Luca Marano, che è stato definito come l’eroe-progressivo più vicino alla concezione gramsciana, è un giovane come tanti altri, che solo gradualmente rifiuta il ruolo di intermediario per il ceto dominante, e da dentro le esperienze che compie, al seminario, al lavoro dal notaio Jannaccone, all’università di Napoli, in casa o nei campi con gli altri contadini e i suoi familiari, vive una lenta maturazione che lo porta da una parte a prendere coscienza dei problemi di quella classe a cui appartiene e che egli stesso subisce, dall’altra ad avere un contatto diverso, no più solo affettivo, ma organico e profondo, chiarito pian piano dalla consapevolezza progressista, con la sua classe sociale; infine cresce in lui la decisione, la determinazione e la tenacia di affrontarli di petto i problemi, non certo per eroismo (Luca non sa neppure che cosa significhi, tanto è vero che, a romanzo ben inoltrato, egli risponde in questo modo ad una domanda concernente il suo futuro: "Mi sono interessato dei contadini del mio paese, ma spero di fare un altro mestiere poi") ma perché così si deve fare in quanto lo impongono le cose. Certo è che Luca vede, sente e comprende quanto grande sia il peso della fatica, della fame e della ignoranza che affligge la popolazione rurale, i suoi amici, i suoi parenti e non può e non deve sfuggire alla sua responsabilità di fare tutto il possibile per rimuovere questi mali, operando però sempre col sostegno degli ideali di giustizia e onestà, impiegando solo la propria intelligenza e la forza giovanile, mai ricorrendo alla violenza, all’inganno, alle armi. Un senso profondo di giustizia lo pone in contrasto con la legge, fatta molto spesso per tutelare interessi forti e posizioni di preminenza sociale. Per questa sua natura onesta e per questa maturazione politica e sociale muore, in un campo da coltivare e non di battaglia. Qui è tutta la sua credibilissima e verissima umanità, senza esagerazioni, senza patenti ideologiche nobilitanti, che lo sbalza fuori dal reale che lo contiene.
Anche gli altri personaggi sono costruiti con cura dentro la realtà e si qualificano solo quasi alla fine della loro storia e della storia narrata dal romanzo, come Enrico Cannavale, tormentato e abulico signore che non riesce in fondo a vivere come vorrebbe né ad amare quanto vorrebbe, o Laura, elegante ed affascinante sognatrice, anche se per interesse, che non comprende le reali forze in gioco per arrivare al possesso definitivo e produttivo delle terre del Sacramento, o padre Fontana, che è sacerdote-missionario che ha del cristianesimo una concezione illuminata dalla ragione e che fa comprendere finalmente a Luca le ragioni della sua crisi in seminario, o don Settimio che è l’altra faccia della fede, quella che impiega strumenti di convinzione al limite della superstizione e che celano anche interessi economici tangibili.
L’esemplificazione fin qui prodotta non restituisce neppure l’idea della vitalità e del gran numero dei personaggi che il romanzo contiene, perché in esso - ad esempio - i contadini non sono mai entità anonime, prive di vita propria autentica, ma nello spazio che la storia loro concede risaltano per le loro specifiche esperienze di vita, pensieri, posizioni, paure.
Detto questo, ci conviene ritornare alla terra da cui siamo partiti, che non è certo elemento decorativo, come abbiamo visto, ma essenza stessa del vivere e del morire. E qui nelle ultime pagine grandiose del romanzo (clicca qui per visualizzare il documento) la terra, che è stata sicuramente da sempre l’estremo oggetto dei desideri e quindi l’unico e ricorrente sogno dei contadini, che è stata bagnata più ancora che dagli agenti atmosferici dal sudore del lavoro di generazioni di uomini, donne, bambini, si tinge di rosso e questa volta il colore non rimanda a simbologie più o meno misteriose, né ad elementi esteriori eclatanti o provocatori, ma semplicemente e tragicamente al sangue degli uomini che si sono sacrificati per la difesa dei loro diritti. Il sangue, rosso, vivo e tanto, tutto quello che avevano in corpo, lo hanno versato su quella terra, dissetandola quasi, sacralizzandola con un altissimo rito di sacrificio, che le donne poi, in lutto, celebreranno col loro canto notturno. Il nero delle carni delle donne, provocato dal calore del sole sotto il quale hanno lavorato, e quello delle loro antiche vesti, antiche per il lungo uso e per le inveterate abitudini, non è confondibile con quello delle divise delle forze dell’ordine e delle squadre fasciste che hanno perpetrato lo scempio. Se il primo nero si intona e si fonde, nel dolore, col rosso del sangue dei figli e dei mariti, l’altro è veramente più nero in senso morale ed è segno inconfondibile dell’ingiustizia. Dunque sulle terre del Sacramento non sventolano bandiere e vessilli, ma spicca il colore di quella realtà viva che sostiene l’uomo e che per mutare la storia troppo frequentemente egli è stato ed è costretto a versare. E le terre di tutto il Sud conoscono da tempi remoti questo colore del sangue, ne sono imbevute, come ci testimoniano Verga, Alvaro, Scotellaro, Levi, Sciascia e tra loro, in modo esemplare, Francesco Jovine.