"Il simbolo in The Scarlet Letter"
saggio di
Agostino Lombardo (*)
tratto da:
Il diavolo nel manoscritto
di Agostino Lombardo
Rizzoli Editore, Milano 1974
Largamente presente nei racconti che precedono il romanzo, il simbolo, qui, vive in ogni momento della narrazione, dal titolo, appunto, all’Introduzione, in cui Hawthorne, mentre rievoca le proprie esperienze alla Dogana (ed è questo uno dei suoi brani più corposi e divertenti) riferisce di aver trovato la storia della lettera scarlatta, e la lettera stessa, tra vecchie cose: << … l’oggetto che attrasse maggiormente la mia attenzione…fu un ritaglio di fine panno color rosso, assai logoro e sbiadito. Recava tracce d’un ricamo d’oro che peraltro appariva parecchio sfilacciato e consunto, talché il lustro n’era scomparso totalmente o quasi. Era frutto, lo si vedeva facilmente, di meravigliosa perizia; e quel punto (così mi viene assicurato da signore esperte in tali misteri) testimonia di un’arte oggi dimenticata, e impossibile da ripristinare neppure col procedimento di staccarne i fili. Quel brandello di panno scarlatto, dacché il tempo e il consumo e una tarma sacrilega l’avevan ridotto poco più d’un brandello, ad esame accurato assunse la forma d’una lettera: la lettera A maiuscola. Misurate scrupolosamente le aste, ognuna risultò lunga tre pollici e un quarto precisi. Era stata destinata, non c’è dubbio, a guarnizione di un abito ma in che maniera dovesse venir portata, o qual rango, onore e dignità avesse simboleggiato nei giorni andati, era un enigma (tanto sono evanescenti le mode del mondo a tal riguardo) che avevo scarsa speranza di risolvere. Eppure m’interessò stranamente. I miei occhi si fissarono sulla vecchia lettera scarlatta e non ci fu verso di staccarneli. Essa celava di sicuro un profondo significato, ben meritevole di venir scoperto, e che, per così dire, emanava dal mistico emblema, comunicandosi sottilmente alla mia sensibilità, ma schivando l’analisi della mente >>.
Dopo l’Introduzione, poi, non v’è pagina del romanzo vero e proprio in cui la lettera non compaia, analizzata in ogni su aspetto, collocata in ogni possibile luce, contemplata da ogni angolazione. Eccola per la prima volta sul petto di Hester Prynne: <<Sul petto di lei, in bel tessuto scarlatto, bordato di complicati ricami e bizzarri rabeschi dorati, apparve la lettera A. Tanto artisticamente era confezionata e con tanta fertilità e dovizia di fantasia, che sembrava davvero un’ultima e acconcia guarnizione dell’abito…>>; più avanti, la vediamo persino riflessa in un’armatura: <<…Hester… vide che in virtù dell’effetto speciale di quello specchio convesso, la lettera scarlatta risultava di dimensioni esagerate e ingigantite, così da apparire il particolare di gran lunga più evidente della sua effigie. Ella sembrava addirittura scomparire lì dietro >>; durante l’incontro tra Hester e il pastore, la lettera non ha minor rilievo dei due protagonisti: << In così dire, aprì il fermaglio che fissava la lettera scarlatta, e toltasela dal petto, la gettò lontano sulle foglie vizze. Il mistico segno si posò presso la sponda del ruscello dalla loro parte… ivi giacque la lettera ricamata, lucente come un gioiello smarrito, che un malcapitato viandante avrebbe forse raccolto, per venir tormentato in futuro da strani fantasmi di colpa, da ambasce e da inspiegabili sciagure >>; e con la lettera il romanzo si conclude: la vediamo per l’ultima volta sulla tomba di Hester e del pastore: << Tutt’intorno, scorgevasi sepolcri scolpiti d’armi gentilizie; e su quella semplice lastra d’ardesia, come il curioso visitatore può osservare ancor oggi, stillandosi il cervello in cerca del suo significato, appariva inciso uno stemma. Recava un’insegna, che tradotta nel frasario araldico, potrebbe servire da motto e da compendio della nostra leggenda testé conclusa; tanto è cupa, e ravvivata da un unico perennemente infocato di luce più fosca dell’ombra: UNA A ROSSA IN CAMPO NERO >>. L’insistenza dello scrittore nell’uso di questo suo oggetto (uso di cui si è data qui una minima documentazione) potrebbe sembrare, e ad alcuni critici è sembrata, persino eccessiva, e tanto più in quanto la lettera trova il suo correlativo umano nel personaggio della figlia di Hester e di Dimmesdale, la piccola Pearl, che, come leggiamo, << era la lettera scarlatta in un’altra forma >>, e si espande, poi, nello stesso pastore Dimmesdale, di cui si dice che ha una lettera A incisa sul petto. Ma il fatto è che l’insistenza di Hawthorne non nasce da un compiacimento esterno bensì da una esigenza intrinseca alla narrazione: come e più ancora che nei racconti, la lettera è uno strumento, usato con straordinaria abilità, per indicare la mutevolezza, l’ambiguità, l’inafferrabilità del reale. Così, all’aspetto sempre diverso che essa assume, corrisponde un sempre diverso significato. Essa è, certo, un segno di colpa, e addirittura di <<infamia>>, che suscita terrore in chi lo guarda, come se traesse << la sua tinta scarlatta dalle fiamme del pozzo infernale >>, e che consente a Hester di scorgere << il peccato nascosto in altri cuori >>; ma quando, ad esempio, Hester si dedica alla cura degli ammalati, il significato muta totalmente: << Non come ospite ma come abitante legittima, entrava nella casa ch’era stata oscurata dalla sventura; quasi il suo mesto crepuscolo fosse l’elemento in cui ella aveva il diritto di comunicare coi propri simili. Ivi la lettera ricamata mandava fiochi bagliori, e nel suo raggio arcano era un conforto… La lettera era il simbolo della sua vocazione. Tanta volontà di soccorrere si scopriva in quella donna, tanta efficienza e tanta simpatia, che molti ricusavano di dare alla scarlatta A maiuscola il significato originale. Dicevano che voleva dire Abile: così forte appariva Hester Prynne della forza muliebre… >>. D’altra parte, questo nuovo significato è presto annullato da altri; la lettera indica, più avanti, l’indipendenza intellettuale di Hester, il suo affrontare problemi e pensieri sconosciuti alle altre donne della comunità: << la lettera scarlatta era il suo passaporto per regioni in cui le altre donne non osavano penetrare >>.
Usato in questo modo, insomma, il simbolo crea all’interno della narrazione una trama complessa e problematica, sì che proprio grazie ad esso, The Scarlet Letter mostra la sua vera natura, che è molto più ambigua e contraddittoria di come non appaia. Se il romanzo si presenta come una storia di colpa e di retribuzione, dai termini morali nettamente delineati, in realtà il simbolo rivela che il giudizio di Hawthorne è sospeso, che i termini della questione morale sono, per lui, estremamente incerti, che il romanzo non giunge ad alcuna conclusione definitiva. Non è un caso che una delle pagine più alte, e in cui più viva e commossa appare la partecipazione dello scrittore, sia quella in cui, dopo l’apparente espiazione, l’amore erompe di nuovo tra Hester e il pastore: <<Sbarazzata del marchio, Hester trasse un sospiro lungo, profondo, in cui il fardello dell’onta e dell’angoscia le scomparve dall’animo. Oh, squisito sollievo! Quel peso le era rimasto sconosciuto finché non ebbe saggiato la liberta! Mossa da un altro impulso, si tolse la scialba cuffietta che le imprigionava le chiome; ed ecco, esse le caddero sulle spalle, scure e rigogliose, con un’ombra e una luce nella loro dovizia, conferendo ai suoi lineamenti il fascino della dolcezza. Le aleggiava sulle labbra e le splendeva negli occhi un sorriso tenero e radioso, che pareva scaturire dal cuore medesimo della femminilità. Un colorito vermiglio le ardeva sulla gota, rimasta pallida così a lungo. Il suo sesso, la gioventù, tutto lo sfarzo della bellezza tornarono da quel passato che gli uomini chiamano irrevocabile, e si strinsero, con la sua virginea speranza e una felicità ignorata sin lì, entro il magico cerchio di quell’ora. E quasi la tenebra della terra e del cielo non fosse stata che un effluvio di quei due cuori, si dileguò con il loro doloro. Ad un tratto, come per subitaneo sorriso de firmamento, si sprigionò il sole e si diffuse a fiotti nell’oscura foresta allietando ciascuna foglia verde, cangiando in oro quelle gialle cadute e sfavillando giù pei bigi tronchi degli alberi solenni. Gli oggetti che fino ad allora mandavano un’ombra, furono pregni di lucentezza. Il corso del ruscelletto si poteva risalire seguendo one il giocondo luccichio lontanamente nel cuore del bosco, il cui mistero era divenuto una gioia>>.
Ma il simbolo, in The Scarlet Letter come in gran parte delle opere hawthorniane, ha una ulteriore funzione, oltre quelle che si è cercato di indicare. Come leggiamo nell’Introduzione, la lettera << celava di sicuro un profondo significato, ben meritevole di venir scoperto, e che, per così dire, emanava dal mistico emblema, comunicandosi sottilmente alla mia sensibilità, ma schivando l’analisi della mente >>. Ed essa, infatti, è anche il tentativo, da parte di Hawthorne, di penetrare nel cuore della realtà, di sondarla con uno strumento capace ad un tempo di proiettare sulla pagina il mistero e di scavare all’interno di esso. Non diversamente agisce Melville in Moby Dick, sia con la balena sia con il mare, con quell’acqua in cui Narciso si tuffa per afferrare << l’inafferrabile fantasma della vita >>. E’ questo fantasma che anche Hawthorne vuole afferrare sia direttamente sia attraverso il simbolo; e mentre, così facendo, si colloca insieme a Melville al centro della tradizione americana, aggiunge alla sua opera un’ulteriore dimensione, che è quella della propria personale ricerca conoscitiva, e un ulteriore personaggio, che è quello dell’artista: di lui, Hawthorne, che scrive The Scarlet Letter.
(*) Agostino Lombardo, nato a Messina nel 1927, ha insegnato letteratura inglese e americana nelle università di Bari e di Milano per poi divenire ordinario di lingua e letteratura inglese e americana all’Università di Roma "La Sapienza" dove ha diretto, fino alla morte - avvenuta nel gennaio del 2005 -, l’Istituto di Anglistica. Autore di notevoli pubblicazioni critiche, è stato anche traduttore di Samuel Johson, Boswell, Trollope, Hawthorne, H. James. Ha anche diretto la rivista << Studi Americani >>.