THE INNOCENTS ABROAD

by Mark Twain

(1869)


Diversamente da altri scrittori americani attratti dal fascino dell’Italia (1), Twain nell’opera The Innocents Abroad (Gli innocenti all’estero) si comporta come un "iconoclasta per eccellenza" (2). Il testo nasce come raccolta delle corrispondenze del giornalista Twain nel corso del suo primo viaggio in Europa avvenuto nel 1867. Dunque l’Autore inventa dei personaggi che, decisi a visitare la Palestina, si imbarcano su un piroscafo proponendosi alcune tappe intermedie in Europa: di lì nasce l’idea di fare un

"pic-nic in Europa". Già in questa decisione si legge tutta l’ironia dell’americano Twain per il quale un viaggio in Europa equivale giusto ad un pic-nic, visti gli spazi sconfinati dai quali proviene e la bassissima considerazione che possiede del valore del Vecchio Continente i cui tesori non meritano che una frettolosa merenda. Uno dei bersagli maggiori del pic-nic non poteva che essere l’Italia, vista per secoli con deferente timore per l’arte e la storia di cui è testimone indiscussa.

O almeno indiscussa fino a Twain che al mito dell’Italia contrappone l’anti-mito. C’è chi afferma che con la sua iconoclastia Twain "tagli il cordone ombelicale che aveva unito l’America coloniale alla cultura madre" (3), mentre altri sono piuttosto convinti che sotto quell’ostentazione di cinismo e disprezzo nei confronti del Bel Paese ci sia, comunque, un sentimento di ammirazione, seppure inconsapevole (4). In effetti il turista americano, l’ "innocente", che si avvicina "puro" a quel paese diabolico e corrotto che ha dato – non a caso – i natali a Machiavelli, altri non è che l’americano medio, autosufficiente, intriso di pragmatismo e, soprattutto, digiuno della cultura che va ben al di là della sfida sulle dimensioni più o meno impressionanti di questo o quel monumento. Con tale senso pratico e senza retroterra culturale, l’ "innocente" guarda sgomento e per nulla ammirato quell’ "enorme museo di splendore e miseria", forse un po’ timoroso di essere contagiato dalla corruzione che l’Italia rappresentava per la sua incomprensibile storia di intrighi di potere, prìncipi scaltri e corti papali non propriamente ortodosse. L’americano è dunque "innocente" innanzi a quello spettacolo di grandiosità e miseria, innocente perché è da poco figlio di una democrazia nata da una costituzione moderna che crede fortemente alla libertà e all’uguaglianza, scritta in seno ad ampi confronti tra politici ed intellettuali del momento proprio mentre nella vecchia Europa venti di rivoluzione non erano soffiati ancora abbastanza forte da abbattere tragicamente la monarchia assoluta. Il testo è un continuo contrasto tra storia e mondo moderno che si consuma in fretta da cui proviene quel turista americano medio, certo della sua fede nella democrazia, della sua modernità e della sua onestà, che ci appare (già allora?) come il precursore di quelle frotte di turisti "mordi e fuggi" che percorrono l’Italia seguendo rapide tappe fisse – sempre quelle – dietro ad una guida con la bandierina colorata e convinti che il paese della "pizza" e del "mandolino" sia popolato esclusivamente da mafiosi. Certo gli "innocenti" di Twain non potevano condividere quella devozione del loro concittadino H. James sintetizzata nella sua frase "La vita passa, ma l’Italia resta", ma forse molte di quelle ciniche sferzate, seppur dettate da un piatto pragmatismo e da uno spirito determinista e moralista, non sono poi così assurde perché colgono molti di quei mali di cui noi Italiani ancora oggi ci lamentiamo.

In effetti rileggere oggi il testo di Twain provoca molte reazioni: dopo esserci divertiti, e forse anche indignati, non possiamo onestamente fare a meno di ammettere che le lentezze burocratiche, il bieco tradizionalismo che sfocia nella superstizione, il cieco moralismo, l’inefficienza, l’arretratezza dei mezzi, l’esercito di preti e l’ingerenza della religione nel secolare, uno stato sempre sull’orlo della bancarotta, gli abissali divari sociali, il senso della retorica antiquaria appiattita sulla tradizione e la conseguente mancanza di innovazione che troppo spesso tengono l’Italia lontana dalla scienza e dalla tecnica sono ancora oggi caratteristiche nazionali di cui faremmo tutti molto volentieri a meno. Insomma, leggere The Innocents Abroad fa sentire noi Italiani un po’ tutti spiati dal buco della serratura: un comportamento non certo pregevole, ma, riflettendoci un po’, anche ciò che facciamo nella stanza non ci nobilita del tutto. Alla base di tanta distanza tra l’ "innocenza" americana e il poliedrico e complesso comportamento italiano c’è, comunque, la mancanza della conoscenza reciproca e della disponibilità – soprattutto – a conoscere l’ "altro". Da qui originano diffidenza e preconcetti, giudizi affrettati e rabbia, anche se, tra uno scherzo maligno tirato dal turista americano (che tanto "innocente", quindi, non sempre si manifesta di essere), e una sferzata inattesa qualcosa di vero c’è. Eccome.

Ma chi era Twain e da cosa nasce questo suo testo? Samuel Langhorne Clemens (vero nome dello scrittore) nasce il 30 novembre 1835 in Florida, a Missouri e a quattro anni, con la sua agiata famiglia, si trasferisce nella piccola Hannibal, una cittadina sulle rive del grande fiume, il Mississippi, il fiume che farà da contrappunto alla sua vita e alla sua più nota produzione letteraria. Trascorre, quindi, la sua infanzia e la sua adolescenza ammirando i grandi battelli a vapore che percorrono senza sosta il Mississippi; gioca sulle sue rive torbide ed appartate e nelle sue insenature si apposta alla ricerca di selvaggina, tra la fitta vegetazione che il caldo-umido fa sviluppare. Quel piccolo paradiso terrestre, prodigo di meraviglie e di sventure, è la sua unica consolazione quando, a dodici anni, perde il padre e conseguentemente l’agiatezza alla quale era abituato: costretto ad alternare lo studio col lavoro, già giovanissimo sente che il giornalismo lo attrae. A corto di denaro, tra i tanti mestieri, impara anche a guidare i battelli sul grande fiume e decide che il suo pseudonimo sarà un eterno riecheggiare il grande fiume: "mark twain!", espressione nota ai battellieri fluviali che equivale a "segna due braccia!", ovvero il minimo della profondità perché le acque siano sicure per la navigazione. Chissà se lo scrittore si era reso conto che col nome "twain", che dialettalmente significa "due", stava per dichiarare la sua duplicità di uomo nostalgico e bramoso di avventura, attirato dal progresso ma determinista, umorista e profondamente pessimista (5) nonché cinicamente misantropo, quasi un secondo Swift, (altro grande scrittore di "viaggi") e come lui fondatore di una particolarissima prosa umoristica.

La duplicità di Twain si esprime indirettamente anche in certe sue trame ove gli intrecci si basano sullo scambio di identità, come Il principe e il povero, e Pudd’n-Head Wilson. Una duplicità che sembra confermarci la sua visione pessimistica di dubbio e diffidenza del reale, una sorta di malessere fin-de-siècle che vena la letteratura europea proprio nello stesso periodo in cui egli scrive. Ebbene, questa sfiducia, questo malessere, quando si mischiano al suo carattere nostalgico, faranno nascere la sua migliore produzione, quella della "memoria" che in Tom Sawyer, Huckleberry Finn e La vita sul Mississippi sfiorerà non di rado i tratti dell’epica fusa perfettamente in una scrittura piacevolmente descrittiva e realistica. E come ogni pessimista che si rispetti, anche Twain fugge da quegli aspetti del reale che lo disgustano e si dirige, seguendo la spinta a lui coeva della letteratura di frontiera (se per "mito della frontiera" si intende la narrazione celebrativa di come costruirsi una vita confrontandosi col nuovo e col rischio) verso la sua frontiera estrema: il grande fiume, il Mississippi, raccontandocene dettagli così precisi e profondi che solo un conoscitore come lui, innamorato di quel fiume, poteva fare e ci guida nei mondi sommersi del Mississippi, tra i dimenticati e gli schiavi lungo il confine col Missouri (all’epoca stato schiavista), rivelandoci la profonda umanità di quelle genti e di quei neri, talvolta così eroici e indicandoci, quindi, il suo rifiuto della schiavitù.

Negli Innocenti all’estero, però, duplice è anche l’obiettivo che Twain attacca: non solo l’Europa, ma anche l’America, almeno quella dell’Americano medio, dalla cultura grossolana ed incapace di penetrare le raffinatezze artistiche del Vecchio Continente, tuttavia arrogante e con uno spiccato senso di superiorità nei confronti di ciò che, appunto, è solo "vecchio" e ai suoi occhi perfino un po’ troppo "incrostato". Nella postfazione all’edizione originale in inglese, Leslie A. Fiedler (6) osserva che The Innocents Abroad è "il tentativo americano di capire che americani siamo" perché, malgrado l’evidente insopportazione dell’antico, i pellegrini moderni di Twain messi a confronto con il Vecchio Mondo provano un forte senso di fastidio e rabbia perché in Europa è già tutto "dato", mentre l’Americano è costretto ad inventare continuamente qualcosa per inventarsi ed essere qualcuno. Twain, comunque, sembra anche voler colpire quegli Americani che, sentendosi orfani di un passato storico ed artistico degno di tale nome, spingono i propri figli al tradizionale viaggio in Europa con la certezza che di lì torneranno invasi di cultura. Ma i compagni di viaggio di Twain a bordo del piroscafo "Quaker City" altro non sono che semplici turisti americani che, consapevoli della fortuna di provenire da un paese evoluto socialmente e tecnologicamente, non possono reagire diversamente da come fanno, essendo essi completamente privi di retroterra storico e rappresentando quell’ "innocenza" derivata dall’onestà del lavoro duro, dalla razionalità e dalla fierezza di una democrazia moderna: questi sono i nipoti di quei primi "innocenti" pellegrini del Diciassettesimo secolo che, fuggendo dall’Europa infiammata da assurde guerre fratricide e dalle persecuzioni religiose, fondano le colonie al di là dell’Atlantico e che ora fanno il viaggio all’inverso per vedere che cosa sia cambiato in quelle terre lontane. Le conclusioni non sono, certo, delle più soddisfacenti perché in quel Vecchio Mondo sembra essere rimasto tutto com’era e il sentimento di curiosità iniziale ben presto passa ad essere di estraneità e, quindi, si tramuta in senso di ostilità. E se nulla è cambiato, è perché tutto è rimasto come prima e il senso della decadenza si sovrappone alla disillusione nel verificare che neppure un solo mito resta in quel Vecchio Mondo che nulla ha più da insegnare a nessuno, e men che meno a quelle persone che al rientro dall’Europa continueranno a spingersi verso l’Ovest, così come sono alimentate dal desiderio di creare nuovi miti moderni che in sé già portano i germi della fine. Lo sa bene Twain ed è una lezione che ha appreso subito, già da bambino, che ha rafforzato nell’arco dell’intera vita e che lo porterà, nella sua Autobiografia, dal profondo di un amaro disincanto, a dichiarare lapidariamente: <<Ho cessato da tempo di credere nell’immortalità>>.

 

Isabella Marinaro

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Note:

(1) Si precisa che l’intero ipertesto e la lecture del prof. Portelli si concentreranno sulla parte centrale del testo di M. Twain, ovvero la parte che egli dedica al viaggio in Italia.

(2) Definizione attribuitagli da A. Lombardo in Il diavolo nel manoscrittosaggi sulla tradizione letteraria americana, Rizzoli ed.; Milano 1974 (pag. 132).

(3) Van Wyck Brooks, The Dream of Arcadia, American Writers and Artists in Italy, 1760 – 1915; Londra 1959.

(4) cfr. A. Lombardo, op. cit.; pag. 133.

(5) Come, del resto, definire – se non pessimista – uno scrittore che dichiara: <<Chiunque abbia vissuto abbastanza da scoprire ciò che la vita è realmente, sa quanto profondo debba essere il sentimento di gratitudine che dobbiamo ad Adamo, il primo benefattore della razza umana: egli ha portato la morte nel mondo.>>? (M. Twain, da Pudd’n-Head Wilson, 1894).

(6) Leslie A. Fiedler, "Afterword" (1966), in M. Twain The Innocents Abroad, Signet Classic, New York, USA; pagg. 492 – 507.

 

 
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