IL MITO DELL’AMERICA
E LE TRADUZIONI DAGLI AMERICANI
NEGLI ANNI ’30 – ‘40
Proprio nel decennio che vide in America l’uscita del romanzo di Margaret Mitchell, Gone with the Wind, pubblicato a New York nel 1936, dell’omonimo film di V. Fleming, che risultò un avvenimento commerciale senza pari nella storia del cinema, nel 1939, assistiamo in Italia, all’interno della letteratura d’opposizione al regime fascista, all’affermarsi di un forte interesse per la cultura e la letteratura americane, ad opera soprattutto di C. Pavese e di E. Vittorini. Nella prefazione alla Letteratura americana e altri saggi di C. Pavese, (Einaudi; 1962), I. Calvino evidenzia con acume le cause e la natura stessa di questo mito dell’America quando afferma che "i periodi di scontento hanno spesso visto nascere il mito letterario di un paese proposto come termine di confronto, una Germania ricreata da Tacito o da una Staël. Spesso il paese scoperto è solo una terra d’utopia, un’allegoria sociale che col paese esistente in realtà ha appena qualche dato in comune; non per questo serve di meno, anzi gli elementi che prendono risalto sono proprio quelli di cui la situazione ha bisogno. L’interesse per la letteratura degli Stati Uniti d’America sotto il fascismo può essere classificata sotto questa linea, ma ebbe caratteristiche diverse; non fu evasione e nemmeno contemplazione esemplare, punto d’arrivo stabilito". L’America fu l’approdo di una consapevolezza precisa della quale Pavese scriverà: "Verso il 1930, quando il fascismo cominciava ad essere la ‘speranza del mondo’, accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, un’America pensosa e barbarica, felice e rissosa, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente. Per qualche anno questi giovani lessero, tradussero, scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia (…). Il regime tollerò a denti stretti e stava intanto sulla breccia, sempre pronto a profittare di un passo falso, di una pagina più cruda, d’una bestemmia più diretta, per pigliarci sul fatto e menare la botta (…). Il sapore di scandalo e di facile eresia che avvolgeva i nuovi libri e i loro argomenti, il furore di rivolta e di sincerità che anche i più sventati sentivano pulsare in quelle pagine tradotte, riuscirono irresistibili ad un pubblico non ancora del tutto intontito dal conformismo e dall’accademia (…). Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci (…). A questo punto la cultura americana divenne per noi qualcosa di molto serio e prezioso, divenne una sorta di grande laboratorio dove con altra libertà ed altri mezzi si perseguiva lo stesso compito di creare un gusto, uno stile, un mondo moderno che, forse con minore immediatezza ma con altrettanta caparbia volontà, i migliori tra noi perseguivano (…). Quella cultura ci apparve insomma un luogo ideale di lavoro e di ricerca, di sudata e combattuta ricerca (…). Ci si accorse durante quegli anni di studio, che l’America non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti (…). La cultura americana ci permise in quegli anni di vedere svolgersi come su uno schermo gigante il nostro stesso dramma" (da Ieri e oggi, in L’Unità di Torino, 3 agosto 1947 e in Lett. americana).
Ancora nel dopoguerra Pavese afferma in L’influsso degli eventi (5 febbraio 1946, risposta ad una inchiesta della rivista Aretusa: "Le ragioni di Pavese"): "In tempi che la prosa italiana era un ‘colloquio estenuato con se stessa’ e la poesia un ‘sofferto silenzio’ io discorrevo in prosa e in versi coi villani, operai, sabbiatori, prostitute, carcerati, operai, ragazzetti (…). Hanno detto di me che imitavo i narratori americani, Caldwell, Steinbeck, Faulkner, e il sottinteso che tradivo la società italiana. Si sapeva che avevo tradotto qualcuno di quei libri. Ho fatto una scelta. Dunque ho provato simpatia. Dunque c’era in me qualcosa che mi faceva cercare gli americani e non soltanto una supina accettazione (…). Ma, insomma, il decennio dal ’30 al ’40, che passerà alla storia della nostra cultura come quello delle traduzioni, non l’abbiamo fatto per ozio né Vittorini, né Cecchi, né altri. Esso è stato un momento fatale e proprio nel suo apparente erotismo e ribellismo è pulsata l’unica vena vitale della nostra recente cultura poetica. L’Italia era estraniata, imbarbarita, calcificata, bisognava scuoterla, decongestionarla e riesporla a tutti i venti primaverili dell’Europa e del mondo. Niente di astruso se quest’opera di conquista di testi non poteva essere fatta da burocrati o braccianti letterari, ma ci vollero giovanili entusiasmi e compromissioni. Noi scopriamo l’Italia, questo è il punto, cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in Francia, nella Spagna". In perfetta sintonia di motivazioni con Pavese, E. Vittorini, scrive (in Letteratura, n. 5, 1938: "Autobiografia. Americanismo non solo per dispetto"): "In questa specie di letteratura universale ad una lingua sola, che è la letteratura americana di oggi, si trova ad essere più americano proprio chi non ha in sé il passato particolare dell’America, la terra d’America, ed è più libero da precedenti storici locali, e più insomma è aperto con la mente alla civiltà comune degli uomini; uno magari arrivato di fresco dal vecchio mondo e che abbia il suo carico di vecchio mondo sulle spalle, ma lo porti come un carico di spezie, di aromi, non di pregiudizi feroci. America significherà per lui uno stadio della civiltà umana, egli l’accetterà come tale, e sarà americano in tal senso, puro, nuovo; senza nulla in sé di quanto dell’America è già morto e puzza. Sarà americano al cento per cento. E col suo carico di vecchio mondo che è solo un carico di aromi, non farà che rendere speciale, concreto, definitivo il proprio essere americano, più ricca l’America stessa, più superato il vecchio mondo".
Per Vittorini il mondo americano (la terra americana) produce ora in chi vi accede spinto da fatali "furori" lo stesso effetto che produsse allora, nel 1620, ai Padri Pellegrini, che a bordo della Mayflower si recarono in America per sfuggire alle persecuzioni religiose. In Americana (ed. sequestrata, Bompiani, 1941) leggiamo il passaggio che ci interessa: "Sembra che i Padri Pellegrini fossero venuti dall’Europa pieni di delusioni e di stanchezza: per finire, non per cominciare. Delusi del mondo non volevano più il mondo; solo astratti furori agitavano, l’idea della grazia, l’idea del peccato, i pregiudizi feroci del dualismo calvinista. E non avevano più la forza di affermarli nelle vecchie città delle lotte religiose; fuggivano come se on ci vedessero, come se ci rinunciassero. Ma lì, su quelle coste coperte di legno duro, era il nuovo mondo: lo videro e furono di nuovo nel mondo, accettando, poi anche ringraziando, e dalla stanchezza passarono via via alla baldanza, alla fede. Trovarono in America la necessaria ferocia per praticare quei pregiudizi feroci; essere in qualche modo vivi".
Ancora Vittorini (in Americana, ed. sequestrata, Bompiani, 1951, e in Letteratura americana. La nuova leggenda, marzo 1941) esplicita la nuova leggenda (ed anche Calvino nella prefazione citata parla dell’America che diventava "simbolo complesso di tutti i fermenti e le realtà contemporanee, un misto con in più un sapore di terre primitive, una ricomposta sintesi di tutto ciò che il fascismo pretendeva di negare, di escludere"): "L’America è oggi una specie di nuovo Oriente favoloso, e l’uomo vi appare di volta in volta sotto il segno di una squisita particolarità, filippino o cinese o slavo o curdo, per essere sostanzialmente lo stesso: ‘io’ lirico, protagonista della creazione. Quello che nella vecchia leggenda è il figlio dell’Ovest, e viene indicato solo come simbolo di un uomo nuovo, ora è figlio della terra. E l’America non è più l’America, non è più un mondo nuovo: è tutta la terra. Ma le particolarità vi giungono da ogni parte, e vi si incontrano: aromi della terra; la vita vi si sofferma con gesti più semplici, e senza mai sottintesi ideologici, intrepidamente accettata anche nella disperazione e la morte".
Fernanda Pivano, in "Vittorini traduttore e la cultura americana", Terzo Programma, n. 3, 1966) traccia un lucidissimo ed esaustivo bilancio di quegli anni: "Perché è stato tra il ’30 e il ’40 che è cominciato un interesse formativo, in Italia, per la letteratura americana; ed è incominciato attraverso le scoperte e le traduzioni di Pavese e Vittorini (…). Sembra strano, adesso, che si traducessero gratis, che si traducesse soltanto per amore (…). Tradurre quei libri era molto polemico ed anche un po’ pericoloso, visto che alcuni di noi sono andati in carcere per averli tradotti; era soprattutto molto affascinante, perché quei libri insegnavano un nuovo modo di vivere, oltre ad un nuovo modo di esprimersi: ce lo ricordiamo in tanti. La mia generazione è ormai una generazione di persone anziane e si è trovata ad essere giovane in un mondo in cui i valori, la prosa, il linguaggio, le cose in cui credeva erano in totale crisi. C’erano dei temi obbligati, i contenuti dei libri erano obbligati e il linguaggio bisognava rispettarlo nei termini dell’aulicità tradizionale; si era venuta a determinare una specie di paralisi dell’ingegno, della possibilità creativa. E si capisce che quando ci sono arrivati questi libri dall’America, volevano dire tutt’altre cose; volevano dire una specie di soffio di speranza, la speranza di essere uomini e di non essere più delle marionette, giocate e tirate dai fili dei nostri marionettisti. Quelli erano gli ani del principio di italianità ad oltranza; bisognava essere italiani a tutti i costi. Che cosa volesse dire essere italiani, non si sapeva proprio bene bene; però si sapeva con molta precisione che cos era l’autarchia culturale fascista. L’autarchia culturale fascista era quella cosa per cui non era permesso far arrivare libri ufficialmente dall’estero e noi ce li facevamo arrivare di nascosto (ad es. dal Portogallo in cassette di calze), questi libri, che erano i libri proibiti. Mica sempre erano proibiti perché parlavano male dell’Italia; tante volte erano proibiti perché il mondo che esprimevano era un mondo che non corrispondeva al concetto che noi dovevamo avere dell’italianità, che il mondo culturale di allora ci imponeva di avere. Si capisce che in un mondo di quel genere, in cui l’America era dileggiata come democrazia giudaico-massonica o come plutocrazia decadente, quello che ci arrivava dall’America ci pareva un soffio di libertà".
Anche Giaime Pintor (in Il sangue d’Europa, cap. 25: "La lotta contro gli idoli", Americana), chiude un saggio di altissima qualità sul significato autentico della cultura e letteratura americane (fondamentali i suoi distinguo sulla operazione americana di E. Cecchi, sul cinema americano "arma serenamente rivoluzionaria", sul rapporto tra la Germania mistica ed inattuale e l’aperta e problematica America) affermando che l’utopia del mondo nuovo può avvenire solo in America e in Russia: "Questa America non ha bisogno di Colombo, essa è scoperta dentro di noi, è la terra a cui si tende con la stessa speranza e la stessa fiducia dei primi emigranti e di chiunque sia deciso a difendere a prezzo di fatiche e di errori la dignità della condizione umana".
La funzione storica e la portata culturale, civile e politica dell’operazione condotta nel ventennio da Pavese e da Vittorini è convalidata dalla presa d’atto del suo esaurirsi nel dopoguerra. Pavese infatti afferma nel 1947: "Cadute le costrizioni più brutali, noi abbiamo compreso che molti paesi d’Europa e del mondo sono oggi il laboratorio dove si creano le forme e gli stili e non c’è nulla che impedisca a chi abbia buona volontà, vivesse magari in un vecchio convento, di dire una nuova parola. Ma senza un fascismo a cui opporsi, senza cioè un pensiero storicamente progressivo da incarnare, anche l’America, per quanti grattacieli e automobili e soldati produca, non sarà più all’avanguardia di nessuna cultura. Senza un pensiero e senza lotta progressiva, rischierà anzi di darsi essa stessa al fascismo, e sia pure nel nome delle sue tradizioni migliori". Anche Vittorini in un’intervista televisiva del 1965 riconosceva la necessità storica del lavoro compiuto quando affermava: "Non ritradurrei certamente Caldwell e forse nemmeno Saroyan. Ma se la congiuntura storica fosse per l’Italia e la sua letteratura ancora quella di venticinque anni fa, credo che ritradurrei tutti quanti".
A queste ragioni, ai "furori" giovanili, all’entusiasmo fin qui descritti con la voce diretta dei protagonisti fanno riscontro i prodotti, le opere tradotte, i saggi, le antologie. Di Pavese vanno ricordate le traduzioni di S. Lewis (Il nostro signor Wrenn, 1931), di H. Melville (Moby Dick, 1932), di S. Anderson (Riso nero, 1932), di J. Dos Passos (Il 42° parallelo, 1935 e Un mucchio di quattrini, 1937), di G. Stein (Autobiografia di Alice Toklas, 1938 e Tre esistenze, 1940), di J. Steinbeck (Uomini e topi, 1938), e ancora di H. Melville (Benito Cereno¸1940), di W. Faulkner (Il borgo, 1942). I saggi sugli autori americani, per lo più pubblicati sulla rivista fiorentina "La cultura", fondata da C. De Lollis e diretta da A. Cacumi, dal 1930 al 1934, furono: "Un romanziere americano, Sinclair Lewis"; "Le biografie romanzate di S. Lewis"; "Sherwod Anderson"; "Prefazione a Riso nero di S. Anderson"; "L’antologia di Spoon River su E. Lee Masters"; "Herman Melville"; "Prefazione a Moby Dick di H. Melville"; "O. Henry o del trucco letterario"; "J. Dos Passos o il romanzo americano"; "Dreiser e la sua battaglia sociale"; " "Interpretazione di W. Whitman poeta"; "Faulkner, cattivo allievo di Anderson". A questi sono da aggiungere altri scritti pubblicati in altra sede su O. Henry, G. Stein, R. Wright, F. Matthiessen ("Il critico democratico" stimatissimo da Pavese e che morì suicida anche lui, nello stesso anno di Pavese, il 1950) e su alcuni classici inglesi (D. De Foe, C. Dickens, J. Conrad, R. L. Stevenson). L’insieme del lavoro critico pavesiano è raccolto nel volume con prefazione di I. Calvino: C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino, 1962.
Di E. Vittorini ricordiamo le traduzioni di E. A. Poe (Gordon Pym, 1936), di W. Faulkner (Luce d’agosto, 1939), di J. Steinbeck (Pian della Tortilla, 1939 e I pascoli del cielo, 1940), di E. Caldwell (Piccolo campo, 1940) di W. Saroyan (Che ve ne sembra dell’America?, 1940), di J. Fante (Il cammino nella polvere, 1941). Tutti i saggi vittoriniani sulla letteratura americana sono riuniti in Diario in pubblico, Bompiani, 1957, nelle quattro parti che lo compongono: "La ragione letteraria" (1929 – 1936); "La ragione antifascista" (1937 – 1945); "La ragione culturale" (1945 – 1947); "La ragione civile" (1948 – 1950). A Vittorini va riconosciuto anche il merito storico di aver messo insieme l’importantissima antologia Americana che nel 1941 fu sequestrata dalla censura proprio per la prospettiva nuova con cui guardava alla civiltà e alla letteratura degli Stati Uniti. Questo vero e proprio patrimonio culturale agì in profondità nelle coscienze dei lettori a cui diede stimoli e risposte riguardanti esigenze condivise di libertà e di autenticità, affiancandosi a quella ripresa del realismo nel romanzo che proprio in quegli anni riprendeva vigore con Gli indifferenti di A. Moravia (1929), Gente in Aspromonte di C. Alvaro (1930), Il garofano rosso di E. Vittorini stesso (1933 – 34 su "Solaria"), Tre operai di C. Bernari (1934), Fontamara (1933) e Pane e vino (1937) di I. Silone, Conversazione in Sicilia ancora di Vittorini (1938 – 39 a puntate su "Letteratura", poi col titolo di Nome e lacrime, Parenti, Firenze 1941 e poi col suo titolo sempre nel 1941 in Bompiani).
In questa letteratura d’impegno e d’opposizione antifascista, lontana dal distacco della "Ronda" e dal riparo della pura letterarietà (con i tantissimi meriti di aver favorito la conoscenza di M. Proust, di F. Kafka, di aver valorizzato autori come U. Saba, I. Svevo, F. Tozzi, C. E. Gadda) di "Solaria" si andrà distinguendo sempre più l’operazione pavesiana e vittoriniana con le opere narrative e poetiche. E proprio alla formazione delle poetiche e delle concezioni dell’uomo e della vita di Vittorini e di Pavese contribuirono, come abbiamo ben compreso, gli autori americani. Vittorini vi apprese una indimenticabile lezione di adesione forte ai problemi fondamentali della vita dell’uomo: la ricerca del lavoro, la prepotenza dell’istinto sessuale, il bisogno di confidenza, la fiducia nella verginità della natura. Pavese vi vedeva realizzato un rapporto critico con la realtà, una possibilità di risposta alle delusioni della storia in generale e della sua personale esistenza, l’approdo possibile dalla civiltà estenuata ai Mari del Sud, l’identificazione con un tipo ideale di uomo e di scrittore (Melville), una realtà letteraria "regionale" e insieme "universale" (vedi il Middle West di S. Anderson, che fiancheggiava in Pavese il recupero verghiano e delle più autentiche tradizioni piemontesi), la risoluzione di una lingua narrativa (l’eterno problema italiano) che non fosse solo un dialetto, ma che vi si potesse riconoscere l’intera nazione (il problema dei problemi per Pavese è la parola e la soluzione la ritrova nello slang di S. Lewis e nel linguaggio "ripensato, ricreato, poesia", non più dal dialetto, parlato dall’uomo vivo di S. Anderson), una risposta possibile alla necessità di reagire in qualche modo alla alienazione dell’uomo e dello scrittore nella società (la figura di chi fugge da casa nei Mari del Sud non trova qui un primo impulso?).
Tanto ancora sarebbe da aggiungere, ma, per concludere, siamo convinti che quello che Claudio Gorlier (in Tre riscontri sul mestiere di tradurre, Sigma, dic. 1964; pagg. 72 e segg.) chiama il mestiere di tradurre, un’opera artigianale, abbia arrecato apporti nuovi nel tessuto della prosa contemporanea e in particolare di quella narrativa. E’ infatti vero che ai moduli prevalenti di una narrativa arida e svuotata dall’interno, alla lezione insistita della "prosa d’arte", alla cifra iniziatica ed esclusiva degli anni tra il ’30 e il ’40, Pavese e Vittorini contrapposero testi esemplari, suggerendo una vera e propria operazione di rottura e di rinvigorimento. Vittorini stesso riconosce che le traduzioni contano certo molto come impulso culturale e messaggio sociale in un determinato tempo, ma rompono anche con una certa concezione rigida e arida del tradurre, dando flessibilità alle scelte e alla lingua, al gusto stesso narrativo ai suoi tempi così poco articolato, asettico, arido, quando afferma in piena coscienza e a posteriori: "Non ho avuto un’influenza sui giovani per quello che ho tradotto, ma per il modo in cui ho tradotto".